Personalmente non mi fiderei di un uomo col cappello che si aggira barcollando tra le vie della propria città

domenica, novembre 21, 2010

18 Novembre

Il mio calendario mente.
Facile per lui, lì, appeso alla parete, con la sola fatica di indicare, e nemmeno a voce, in quale giorno della vita poggio piede. 18 novembre. Mi sorride con quell’aria saccente che solo un calendario può avere, sicuro di non sbagliare mai. Quanta arroganza e sprezzo della condizione umana. 
“Siamo uomini! - ... - “Noi siamo uomini” Ogni tanto glielo grido. Lui, imperterrito e inamovibile, nemmeno si degna di fare spallucce. Non si abbassa a tanto. Guarda dritto davanti a sé con la sicurezza e la fermezza che solo il tempo gli può dare. Per ora.
Io, però, so. Sono a conoscenza della vecchiaia del tempo, del suo veloce e inarrestabile moto. Sono destinato a sopravvivere al mio calendario. 
Ancora un mese e qualche settimana, poi morirà. Io no, forse. 

venerdì, novembre 05, 2010

Condivido

Perplesso è la parola del momento, anche se non detta è la più pensata, almeno da me. "Perplesso" ha origine da una insicurezza di pensiero che mi ronza, come una mosca in autunno o una zanzara in estate, nell'anticamera del cervello.
Reduce da un periodo movimentato e non ancora concluso all'interno della facoltà, dove politica, istruzione e istituzioni si scontrano in una agguerrita battaglia per la supremazia, la mia persona ne esce smembrata in un puzzle di " Se...", "Ma...", "Forse...", "Non capisco...", "Boh...", "Quindi...", silenzio.
Ecco, dunque, il mio personale bilancio di questo concitato periodo.

mercoledì, ottobre 27, 2010

lunedì, ottobre 18, 2010

Capitolo 4. Il concreto mondo irreale

Io sono Giorgio.
Giorgio oggi è confuso. Giorgio oggi non sa distinguere la realtà, quella tangibile, quella materiale, di oggetti visibili che si muovono, o che, fermi in pose fotografiche di dubbia regia, si immolano a statue per il bisogno umano di soddisfare l’apparire e il culto della critica a prescindere. Giorgio oggi vede il mondo muoversi a scatti. Frenetici, ritmati, fotogrammi mistici su ritmo cadenzato. Le voci delle persone, a ritroso e rallentate, raccontano con magistrale efficacia le loro vite e questa volta sembrano dire la verità.
Perde, scatto dopo scatto, l’appartenenza.
Niente padre né masdrea. E se mai avesse avuto _______ o _________ non se lo sarebbe ricordato.
Ricordare cosa, Giorgio? Giorgio non lo sa. Cosa farnetichi, allora, Giorgio? Non lo so. Mi ero perso a parlare ad alta voce a riguardo... . Sì? Giorgio non lo sa.
Giorgio oggi è confuso. Non riesce a capire dove posizionare il confine netto che separa l’irreale irrazionale dal reale.


lunedì, gennaio 18, 2010

Capitolo 3. Bugie

“Sei sempre in aula studio ultimamente”
“ ... ”
“Va chi si fa vivo a casa. Mangi?” Disse la mia coinquilina “Dove sei stato?”
“Sono stato dove tu dovresti essere ogni santo giorno della tua vita per far si che il tuo cervello possa avere una piccola speranza di apprendere e fare di te una persona in grado di gestire la propria vita senza l’uso di un supporto costante” dissi.
Momento di imbarazzo subito interrotto: “ Perchè non studi a casa?”
Oggi finite le lezioni sono andato, costretto a calci e pugni dalla mia volontà che potremmo chiamare necessità, in una piccola aula studio vicino alla facoltà di lettere.
Arrivo e ci sono i soliti quattro. Stessa scena di sempre: la porta che sbatte alle mie spalle e io che mi dirigo nell’angolo sinistro della stanza con i piedi a spazzare il pavimento e a irritare i favolosi studiosi della nostra università italiana. Tolgo il cappotto e lo poso sulla sedia al mio fianco. Estraggo i libri e comincio a studiare. Leggo, sottolineo, riscrivo rileggo, faccio alcuni esercizi per vedere se ho capito, poi ri-leggo, sottolineo, riscrivo, rileggo e faccio alcuni esercizi per vedere se ho capito. A questo punto la sala è praticamente vuota, rimane solo lei, di spalle. Click. Zip. Frush. Crrr. Sbam. Penna nell’astuccio che mette nello zaino che chiude. Alzandosi fa raschiare la sedia e se ne esce accompagnata dal fragore del maniglione antipanico che trema alla vista di ogni studente che gli si avvicina. Come dargli torto, tutti noi quando usciamo da quel buncher dopo incessanti ore di studio premiamo con forza, come tori infuriati, quella barra rossa che ci separa dalla libertà. Almeno fino al giorno dopo.


domenica, dicembre 20, 2009

Poco per volta

Poco per volta

sublimo minuscoli cambiamenti

inconsci.

Poco per volta

viene a mancare un

gesto,

come il tempo che inesorabile,

attimo per attimo

sgretola le pietre;

odierne rovine.

In un lampo

tutto è mutato.

I nostri incontri

fuggiaschi?

Poco per volta.

--Kop--

sabato, dicembre 05, 2009

Una vecchia etichetta


Arrivai al casolare per l’ora di pranzo e lui già sedeva su quella che non era una sedia a dondolo come tante. Non poggiava a terra e non aveva uno schienale che si potesse definire tale. Credo, con tutta franchezza, che quella non fosse nemmeno una sedia. Era in vimini, parsimoniosamente intrecciato a dare l’aspetto di un guscio d’uovo tagliato a mezzo. Da questo a definirla sedia ce ne passava. Per la maggior parte del tempo restava sospesa a mezz’aria nel mezzo della veranda ballonzolando al vento, come solo le spighe di grano cullate dalla mite brezza marina sapevano fare. Si trattava di un oggetto da collezione, non che valesse chissà quanti soldi, questo no, ma faceva parte di quella che mio nonno paterno chiamava la sua collezione. Collezionista. Al vecchiaccio piaceva definirsi così: un collezionista, di sogni e ricordi per giunta. A mio padre la cosa non piaceva e spesso li si sentiva litigare per quel marasma confuso di cianfrusaglie che mio nonno possedeva. Quello che mandava in bestia il mio babbo non erano gli oggetti in se, quanto le storie che su di loro raccontava e che il “vecchio malato”, come lo chiamava lui, spacciava per assolutamente vere: “ Tutte! Tutte storie che questi oggetti celano. Raccontano di sogni e speranze, di avventure e vacanze, di gioie e tragedie! Non pretendo che tu capisca, ma son cose mie e non ti deve interessare l’uso che ne faccio.” Di tutta risposta mio nonno riceveva un inutile discorso sul fatto che io non ero cosa sua e che spettava a mio padre plasmare il mio giovane essere, a lui e a mia madre ovviamente.